caro vicino, ti odio.
caro vicino perfettino, oggi ho comprato un'amaca.
sono uscito solo per distrarmi un po' dal caldo, cercando rifugio in un grande magazzino e mi rendo conto di aver speso un sacco di euro per lo scarso valore che questo oggetto obiettivamente avrà.
l'ho comprata senza convinzione e solo perchè non avevo nulla da fare, gironzolavo tra gli scaffali e pensavo che il mio giardino avrebbe guadagnato in immagine se solo avessi avuto tra i due unici alberi rinsecchiti, il melo e l'albicocco infestato dagli afidi, appesa quella cosa dall'aria tanto hawaiana.
così ritorno a casa e ti trovo sulla tua collinetta come ogni sera: stivaloni verdi perfettamente puliti, guanti da giardino gialli fiammanti, forbice in mano a potare le rose sfatte tra la miriade ordinata di cespugli ed arbusti delicatissimi del tuo strafottuto, magnifico giardinetto.
vicino, amico mio, non serve che dissimuli, lo so benissimo che mi vedi, che mi guardi, rallenti il lavoro, prendi tempo, cerchi una scusa per capire il senso dei miei insoliti movimenti.
in sandali e braghette esco dal garage e mi fustigo tra l'erba alta, incolta e rinsecchita per raggiungere il luogo adatto. apro la scatola, la sfascio e ne lascio i pezzi per terra, ti spio con aria indifferente, la mia fronte suda questo fottuto caldo di luglio, questa fottuto tardo pomeriggio di ferie in cui davvero vorrei averti come giardiniere di lusso.
l'amaca è avvolta in un bozzolo di fili incomprensibili, indistricabili, le istruzioni giacciono senza senso assieme ai pezzi della scatola. amico, non dirmelo, lo so già che dovrei leggerle, ma non c'ho un cazzo di voglia, e poi io punto diretto al risultato, nè?!
come i vincitori, come te.
perchè ho chiara un'immagine: me, sdraiato tra le mosche del mio prato con Bobby (il mio cane bastardissimo) che annusa un piede a penzoloni dalla mia nuova, fiammante amaca della COOP, sospesa come per incanto tra due rognosi alberi da frutto marcescenti.
eh?!
ma come spesso capita agli artisti della vita, me compreso, gli eventi hanno il sopravvento. l'amaca si rivela un oggetto complesso, fatto di nodi, cavi, fili, corde, cordicelle, laccetti che si impigliano nell'erba alta. ci dovrebbe anche essere uno strano accessorio a forma di gancio ma temo terribilmente che sia finito in mezzo alla vegetazione indistricabile, oppure questi maledetti della COOP si sono dimenticati di metterlo nella confezione! amico, come vedi io non c'entro, non è colpa mia, la questione esula dalle mie responsabilità. te lo vorrei spiegare, scagionarmi, ma lo so, è quasi il momento, fra poco ti offrirai, mi offrirai una mano, con aria assolutamente casuale, col tuo fischiettare mentale, indifferente, ti avvicinerai e altrettanto casualmente mi chiederai "serve aiuto?"- segue sorriso a 32 denti stile berluscaz.
oh, non farlo, non ora, non oggi, amico credimi, fa troppo caldo perchè la tua perfezione sia digerita da quest'uomo.
caro vicino io ti scongiuro, per la quiete che veglia sulle nostre case e le nostre famiglie (sulla tua però di più), lascia questo umano imperfetto a crogiuolare nel suo vomitevole disordine cosmico e vattene a riposare nel fresco marchiato daikin della tua mansarda al profumo di lavanda.
ecco, il momento è propizio: mi guardi.
hai le mani sui fianchi, i guanti in una, nell'altra tre inappuntabili rose rosse, appena poco più che in bocciolo, fresche, selezionatissime, con due foglioline ciascuna, drizzatissime e pronte ad essere poggiate sul labbro superiore, a deliziare la tua bionda anima affine. non ti dirigi verso di me, sei prudente, ma con mezzo sorriso di sospensione attendi un segnale, un cenno di resa, una capitolazione, un esseoesse che ti consenta di fare del bene ad un cristiano e allo stesso tempo di godere un piacere pagano, asprognolo, inebriante, quasi peccatore.
il mio armeggiare senza soluzione nè senso deve apparirti infantile, forse addirittura tenero, come di un bimbetto alle prese con qualcosa di troppo grande sotto la supervisione di un papà responsabile, quale sei, pronto a intervenire non appena si rendesse necessario.
non andrà così.
nel mio delirante trappolare trovo una via di fuga: già, mi servirà un attrezzo, no?
mi servirà un qualche cacciavite, una pinza, una sega che qui con me non ho... quale scusa migliore per sottrarmi alla tua carità?
mi alzo meditabondo, guardo intorno distratto, giro sui tacchi e ripiego verso il garage, lasciando la porta socchiusa, in attesa, dietro di me.
ma quale pinza o cacciavite, amico, io ti ho fregato!
ahahah, brivido di soddisfazione, breve risata isterica.
salgo le scale e mi tuffo in cucina. mi asciugo la fronte perlata col canovaccio che stasera userò per le posate e sfilo una birra dal frigo. il tappo salta in un millisecondo appoggiato al marmo del lavello, scosto un po' la tenda della porta-finestra e guardo giù.
li, tra rose profumate e regolarissime geometrie di piante di bambù sta in attesa il mio illustre padre putativo, attende con pazienza, dissimula carezzando qua e là le sue creature. si gira, fa due passi e guarda in direzione del mio garage. si abbassa, toglie un filo di gramigna malvagia dall'uniformità austera del tappeto erboso.
guarda in fine verso di me, quassù, e forse mi sorprende dietro la tenda, con la moretti da muratore in mano, a fare bilanci tra i resti di un fallimento in fondo al mio giardino e un esempio di autentico, indiscutibile successo, laggiù... oltre la staccionata, tra le sue rose.
Tu sei da leggere...
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